“Distensione globale” a tempo: la scommessa di Xi su Trump

Anteprima

Gli esiti del summit Trump-Xi e la diplomazia segreta USA-Russia 

Il summit Trump-Xi: una svolta storica nelle relazioni USA-Cina

Il presidente Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping si sono incontrati giovedì 30 ottobre a margine del summit APEC in Corea del Sud, segnando il primo faccia a faccia tra i due leader dal ritorno di Trump alla Casa Bianca. Le delegazioni commerciali di USA e Cina avevano raggiunto progressi significativi nei colloqui a Kuala Lumpur durante il fine settimana precedente, con funzionari di entrambi i paesi che hanno salutato l’esito come un quadro sostanziale per un accordo. L’incontro si è concluso con un truce commerciale temporaneo, descritto da Trump come un “successo straordinario”, che ha portato a una riduzione delle tariffe e a impegni specifici su vari fronti.

I contenuti dell’accordo raggiunto

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato che gli Stati Uniti hanno ottenuto un differimento sui controlli all’esportazione di terre rare da parte della Cina, con Pechino che ha sospeso le restrizioni su elementi critici come gallio, germanio, antimonio e grafite, emettendo licenze generali per esportazioni a beneficio degli USA. La Cina si è impegnata ad acquisti sostanziali di soia americana, stimati in grandi quantità per sostenere gli agricoltori statunitensi. È stato inoltre raggiunto un accordo sulla cooperazione per fermare il flusso di sostanze chimiche precursori del fentanyl negli Stati Uniti. Riguardo a TikTok, le discussioni non hanno portato a una risoluzione definitiva, lasciando aperta la questione sulla proprietà e le operazioni negli USA. Le tariffe complessive sulle importazioni cinesi sono state ridotte al 47% dal 57%, fornendo un respiro temporaneo a entrambe le economie.

Questo incontro ha assunto una portata storica che va ben oltre gli aspetti commerciali immediati. Come sottolineato dall’analista Dan Wang di Eurasia Group, il fatto che l’incontro si sia tenuto e abbia prodotto risultati concreti suggerisce che la Cina ha fatto concessioni significative, mentre Washington ha allentato le restrizioni tecnologiche in cambio. Analisti ritengono che questo accordo rappresenti un “cessate il fuoco temporaneo” piuttosto che un reset completo, ma apra la porta a ulteriori dialoghi, inclusa una possibile visita di Trump a Pechino ad aprile 2026.

La Cina e il “test” a Trump: un anno per dimostrare la svolta realista

L’incontro del 30 ottobre 2025 tra Donald Trump e Xi Jinping, più che una semplice tregua commerciale, sembra configurarsi come un test strategico: la Cina avrebbe concesso all’amministrazione Trump un anno di prova per valutare la concretezza delle sue politiche di distensione e riforma interna. Questo periodo di osservazione non è casuale, ma riflette una scommessa calcolata di Pechino su un leader che, a differenza dei suoi predecessori democratici e neoconservatori, ha mostrato una propensione al dialogo diretto e una volontà di ridurre le tensioni su fronti critici come il commercio, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale.

Perché un anno? La Cina, consapevole della fragilità dell’equilibrio globale, potrebbe voler verificare se Trump è in grado di:

  • Mantenere gli impegni presi (es. politiche di pace e di collaborazione commerciale, dedolarizzazione, non opposizione al mondo munipolare).

  • Controllare le frange più aggressive all’interno dell’establishment statunitense, che spingono per un confronto militare con Pechino (nell’ottica della guerra di Trump al deep-state, ridimensionamento dell’influenza dei Dem e dei Neo-con, smantellamento di agende come il PNAC).

  • Portare a termine una “pulizia interna”, intesa come riordino del sistema politico ed economico (es. guerra al deep-state: caso Epstein, Obama Gate, contro indagine sul Russia Gate).

Questo approccio segna un distacco netto dalle politiche democratiche e neoconservatrici, che hanno invece puntato su:

  • Contenimento aggressivo della Cina (es. pivot to Asia, sanzioni unilaterali).

  • Sostegno incondizionato a Taiwan e Ucraina, anche a rischio di escalation.

  • Interventismo globale (es. guerre in Medio Oriente, pressioni su Mosca).

Trump, al contrario, sembra ispirarsi a una visione realista, dove gli interessi nazionali prevalgono sulle ideologie, e dove la diplomazia bilaterale (es. incontri con Xi e l’inviato di Putin, Dmitriev) diventa lo strumento principale per evitare conflitti costosi. La Cina, da parte sua, potrebbe vedere in questa strategia un’opportunità per stabilizzare i rapporti con Washington e marginalizzare l’Europa, che resta ancorata a una logica di confronto.

Ma cosa succederà tra un anno? Se Trump riuscirà a mantenere le promesse, la Cina potrebbe consolidare questa intesa, aprendo la strada a un nuovo ordine multipolare. Se invece fallirà, Pechino potrebbe riprendere una linea più assertiva, con conseguenze imprevedibili per la stabilità globale. In gioco non c’è solo la relazione USA-Cina, ma la ridefinizione dell’intero sistema internazionale, dove il successo o il fallimento di questa tregua determinerà se il mondo si avvierà verso una fase di cooperazione o verso una nuova escalation di tensioni.

Il contesto strategico: Taiwan e il Mar Cinese Meridionale

L’incontro si inserisce in un più ampio processo di de-escalation che analisti di politica estera statunitensi di stampo realista hanno tematizzato da tempo, con Henry Kissinger come nume tutelare. Un recente rapporto della Rand Corporation, pubblicato il 14 ottobre 2025 e intitolato “Stabilizing the U.S.-China Rivalry”, ha ammonito sulla necessità di moderare la rivalità tra le due potenze: “Moderare questa rivalità emerge come un obiettivo fondamentale per gli Stati Uniti, la Cina e il mondo in generale”. Il documento identifica sei principi per guidare future conversazioni e si concentra su Taiwan, il Mar Cinese Meridionale e altri punti caldi.

Le criticità più a rischio di trasformare la competizione globale in guerra aperta rimangono la contesa sul Mar Cinese Meridionale e lo status di Taiwan. Sul tema taiwanese, il documento Rand suggerisce di “creare il massimo incentivo affinché Pechino persegua un approccio graduale verso l’unificazione”, rendendo l’unificazione una prospettiva legittima piuttosto che una linea rossa da contrastare con la forza. In tal senso, gli Stati Uniti dovrebbero dichiarare di non sostenere l’indipendenza di Taiwan, di non perseguire una separazione permanente attraverso lo Stretto, e di non opporsi all’unificazione pacifica. Per quanto riguarda il Mar Cinese Meridionale, il rapporto suggerisce di “combinare la deterrenza dell’escalation militare con un’intensificazione della diplomazia multilaterale e bilaterale per creare un percorso a medio termine verso una soluzione pacifica”.

La diplomazia parallela: l’inviato di Putin negli USA

Mentre si sviluppa la distensione con la Cina, un processo analogo ma molto più sottotraccia sta avvenendo tra Stati Uniti e Russia. Kirill Dmitriev, inviato speciale del presidente Putin per la cooperazione economica e gli investimenti esteri e CEO del Russian Direct Investment Fund (RDIF), è arrivato negli Stati Uniti per colloqui ufficiali alla fine di ottobre, pochi giorni dopo che Trump ha imposto sanzioni su due giganti petroliferi russi, Rosneft e Lukoil.

Una visita prolungata e significativa

Dmitriev ha incontrato l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff a Miami, l’uomo più vicino al presidente Trump. Dmitriev ha dichiarato alla CNN di credere che Russia, Stati Uniti e Ucraina siano vicini a una soluzione diplomatica per porre fine alla guerra in Ucraina, prevedendo una pace entro un anno. La visita, durata diversi giorni, segnala quanto il dialogo tra le due potenze sia ampio e approfondito. Dmitriev ha confermato che “questo incontro era stato pianificato da tempo, e la parte americana non lo ha cancellato nonostante una serie di recenti passi ostili”, aggiungendo che “il dialogo Russia-USA continuerà, ma è certamente possibile solo se gli interessi della Russia vengono presi in considerazione e trattati con rispetto”.

Il significato politico

Nulla è trapelato dei contenuti specifici dei colloqui, se non il cenno di Dmitriev secondo cui sarebbe vicina una “soluzione” al conflitto ucraino. La visita è avvenuta dopo l’apparente rottura tra Trump e Putin – con Trump che ha cancellato il summit programmato a Budapest – e mentre l’Unione Europea spinge sull’acceleratore sul sostegno a Kiev. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy ha dichiarato che Kyiv è pronta per colloqui di pace, ma non cederà territorio, mentre fonti europee sottolineano l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e incondizionato.

Il monito russo all’Europa

A margine di questi sviluppi diplomatici, alla crescente escalation dell’Unione Europea la Russia ha risposto annunciando una nuova e più distruttiva arma: un missile da crociera a propulsione nucleare Burevestnik (Skyfall), testato con successo il 26 ottobre, che può viaggiare per mesi a grande velocità e può essere armato con testate atomiche. Putin ha anche vantato test del Poseidon, un’arma nucleare subacquea capace di generare tsunami. Questi annunci sono stati interpretati come un monito simbolico per raffreddare i bollenti spiriti della leadership europea, anche se esperti ritengono che il loro valore sia più propagandistico che operativo immediato.

La questione venezuelana: energia e geopolitica

Resta la crisi del Venezuela, sempre più incombente dopo l’invio di una portaerei statunitense al largo delle sue coste. Le sanzioni contro le maggiori compagnie petrolifere russe comminate da Trump il 22 ottobre – su Rosneft e Lukoil – sembrano mirare più al dominio delle fonti energetiche globali che a indurre Putin a recedere sul conflitto ucraino, con un impatto immediato sui prezzi del petrolio (aumento dell’8%). Il Venezuela, sotto sanzioni USA, si è rivolto alla Russia per importare nafta, un prodotto petrolifero precedentemente acquistato dagli Stati Uniti. “Il regime-change in Venezuela favorisce la Exxon, non gli americani”, ha titolato The American Conservative, alludendo alla più importante compagnia petrolifera USA. Va ricordato che, al suo primo mandato, Trump nominò capo del Dipartimento di Stato l’amministratore delegato della Exxon, Rex Tillerson. Se è vero che il confronto contro Caracas è un’ossessione dell’attuale capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio, è pur vero che Trump ha un rapporto con il settore energetico alquanto intenso.

Il fronte interno: da Clinton ad Epstein

Sul fronte interno, l’ottobre 2025 ha visto sviluppi significativi nelle indagini congressuali. La commissione di controllo della Camera dei Rappresentanti, guidata dal repubblicano James Comer, ha richiesto un’intervista a porte chiuse con l’ex presidente Bill Clinton il 21 ottobre, nell’ambito di un’indagine su Jeffrey Epstein. Il presidente della commissione ha dichiarato pubblicamente che “le prove raccolte non implicano il presidente Trump in alcun modo”, segnalando una direzione specifica delle indagini. I Clinton hanno ritardato le deposizioni a causa di un shutdown governativo, ma la commissione ha continuato a ricevere documenti dal Dipartimento di Giustizia, inclusi file rilasciati a settembre. Questa mossa rappresenta un momento significativo nel processo di accountability che sta caratterizzando l’attuale fase politica americana, inserendosi in un contesto più ampio di revisione delle connessioni tra figure di potere ed Epstein.

Prospettive future: un nuovo ordine multipolare

Il quadro che emerge da questi sviluppi simultanei è quello di una ridefinizione profonda dell’ordine globale. Russia, Cina e Stati Uniti stanno costruendo canali di dialogo che bypassano le strutture tradizionali e le resistenze istituzionali.

Trump sembra muoversi seguendo le linee guida della scuola realista di politica estera, anche se a modo suo, con stop and go e roboante retorica. La distensione con la Cina frena, e potenzialmente chiude in via provvisoria, la spinta verso un confronto militare con il Dragone che da anni i think tank e l’esercito USA consideravano inevitabile, con conseguenze sia sul riarmo che sulla politica estera americana in Asia.

L’Europa isolata

Mentre Russia, Cina, India e Stati Uniti stanno costruendo il mondo nuovo, l’Europa rimane ancora nella cultura del confronto. Si parla ancora di guerra, di armarsi contro la Russia, mentre il resto del mondo ha già voltato pagina e parla di costruire, di migliorare le condizioni di vita delle persone. Il processo di cambiamento è in atto su scala globale, con implicazioni che vanno ben oltre le singole questioni commerciali o territoriali. Si sta ridefinendo l’architettura delle relazioni internazionali, con una transizione da un ordine unipolare a uno multipolare, dove le grandi potenze cercano sfere di influenza e accordi bilaterali piuttosto che sottostare a strutture sovranazionali.

Conclusioni: incertezze e opportunità

Recentemente, una serie di incidenti ha offuscato le operazioni aeronautiche della US Navy nel Mar Cinese Meridionale, evidenziando le persistenti tensioni nell’area. Il 26 ottobre, in un intervallo di appena mezz’ora, sono andati persi due velivoli: un elicottero MH-60R Seahawk e un caccia F/A-18F Super Hornet, con gli equipaggi fortunatamente tratti in salvo. Questo episodio senza precedenti non solo rappresenta un triste record per la flotta, ma getta ombre inquietanti sul livello reale di allerta e sulle prospettive future delle missioni navali, alimentando dibattiti sulla sicurezza operativa. La Marina USA ha avviato indagini approfondite su possibili anomalie nel carburante della portaerei USS Nimitz, mentre circolano speculazioni non verificate su un eventuale coinvolgimento cinese, che aggiungono un velo di mistero e apprensione.

Al di là di questi particolari preoccupanti, i processi diplomatici avviati contemporaneamente da USA con Cina e Russia rappresentano un momento cruciale per il futuro dell’ordine globale. Il successo o il fallimento di questi dialoghi determinerà se il mondo si avvierà verso una nuova fase di cooperazione multipolare o se scivolerà in un’escalation di confronti pericolosi. La partita è aperta, e i prossimi giorni saranno decisivi per capire se l’alba di un nuovo ordine mondiale è davvero all’orizzonte, o se le tensioni accumulate riprenderanno il sopravvento.

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